Una luce ghiacciata spiove come falsa grazia santificante ad illuminare disordine accatastato di casse di birra e bottiglioni.
Eppure sono sempre qui, ogni mattina, presto.
Sento granulare le suole sulla segatura e mi guardo intorno.
Pochi saccottini scongelati, bruciacchiati da disattenzione, galleggiano tristemente, ripieni di crema o cioccolata, come stronzi in un mare di salviettine di carta che fanno l’onda nell’acquario della bacheca opaca.
Il bancone è un check-in aeroportuale: caramelle, cioccolatini, gomme, liquirizie, tutto rigorosamente del cretaceo, sparso in contenitori che sono contenuti da altri contenitori.
Si prende il caffè stringendosi nelle spalle.
Eros, il padrone, è enorme, peloso, e perennemente incazzato col mondo, forse per un antiestetico porro nasale.
Guarda male te che prendi il caffè, i passanti oltre la vetrina, le bottiglie di moscato di fichi secchi a due euro all’ettolitro, allineate in alto su mensole polverose.
Guarda malvagiamente il primo videotossico della mattina.
Cling, cling, cling.
La slot divora gettoni come una benna: il videotossico smadonna sommesso e insiste, ed Eros ghigna.
Ogni tanto, però, la macchinetta s’iscrive al concorso “Slots dal cuore buono per Natale” e vomita un carrello di gettoni sorridendo con la feritoia.
Il beneficiario batte le mani, felice, regredendo a fase prepubere, ed Eros fa un balzo su nel grafico esistenziale dell’indice d’incazzatura.
Sbuffa fastidio con vapore anche la macchina del caffè.
Gente, poca, in questo bar triste.
Cattivo caffè acquoso e antipatica compagnia.
Però: c’è Lavinia.
Lavinia occhi verdi.
E’ la ragazza che ha seminato la segatura e che ora passa lo straccio.
E’ lei la barista, quando Eros si siede accigliato alla cassa e legge il giornale con un occhio solo.
Sorride sempre e spalanca innocente gli occhi come una faccina di Yahoo.
Ed il bar s’accende d’altra luce a smalto di denti luminosi.
E il caffè è più buono.
E la slot sembra un’orchestrina caraibica con la segatura che diventa sabbia fine.
Lavinia ti guarda con ciglia da cerbiatto, sorride, e ti chiede con occhi ammiccanti di ritornare domani a prendere il caffè, ché aspetta solo te per ritornare a sorridere.
“Com’è ‘sto caffè, oggi?
J’o dico sempre a Erose che bbisogna taralla mejo, la machinetta, ma quer cornutaccio vole solo guadambià…”
Ha una voce che sembra la sorella di Topo Gigio con la raucedine.
E sorride.
Meno bianca.
Meno bella di quando tace.
Parecchio.
Domani cambio bar.















