Con Ricardo (ma Ricardo è solo un nome d’arte, in realtà si chiama Gennaro e fa il custode in un’azienda che produce componenti ferroviari) passano intere serate al banco del Milongòn (in realtà il Milongòn di giorno si chiama Circolo ricreativo e non ha insegne né nomi, ma la notte qualcosa lo trasforma, per un’oretta si abbassa la saracinesca, si spostano oggetti, si appendono tende, quadri, si accendono candele, si piazza all’ingresso una palina con scritto: Bienvenidos al Milongòn).
All’inizio si raccontavano cose, tra un rhum e l’altro (in realtà il raccontarsi è un eufemismo per frasi brevi, talvolta solo monosillabi, sovrastate dalla musica, parole che non portano a niente), e a lei, la Comadrita (è solo un nome fittizio, poiché si chiama Mirella e insegna ai bambini delle scuole elementari, poi corre a casa ad aiutare il padre infermo e di sera, ma solo a volte, racconta di avere un servizio di volontariato. Allora passa da un’amica, una che pure un poco la giudica e indossa questi abiti fatti di invisibili – tanto quanto economiche - trame di peccato) sembrava che il mondo intero si disfacesse, lasciando intatto solo lo spazio degli sgabelli, del bancone e l’aria sottile mossa dai loro respiri.
Poi Ricardo ha improvvisamente smesso di venire al Milongòn (e qui non c’è un altro lato della realtà, è proprio così che stanno le cose) e la Comadrita ha trascorso intere serate nel bar, senza rivolgere la parola a nessuno (in realtà è un posto in cui la gente non parla, preferisce muovere i corpi secondo schemi ordinati che preludono a un seguito. E’ un posto in cui la gente non ha interesse a tenere conversazioni, a instaurare legami, è una sorta di luogo di smistamento tra un prima e un poi molto convenzionali, definitivamente scontati).
La Comadrita aveva un intero guardaroba da fargli sfilare sotto gli occhi e le mani (in realtà questa è semplicemente una fantasia che non osa confessare nemmeno a se stessa, ha solo comprato alcune paia di calze a rete, vergognandosene, in un negozio lontano dal suo quartiere, specificando a mezza voce che le servivano per ballare il tango, lei che non ha mai mosso un passo in vita sua) e sbircia continuamente l’ingresso del bar per vedere il suo volto affacciarsi e la sua mano sollevarsi in segno di saluto (in realtà le cose non sono mai andate così, lui sedeva al bancone da molto prima che lei arrivasse, con una serie di bicchierini davanti e lei gli si avvicinava, restando a lungo in silenzio per timore di non sapere cosa dire).
Ma la Comadrita non ha tempo per l’attesa e una sera la senti dire, sprezzante: Ricardo? Quien es Ricardo? Lo que se sentaba aquì, con olor a perfume barato y mirada vacìa? (la verità è che Mirella vorrebbe chiedere in giro che fine ha fatto Gennaro, se per caso esiste un posto, un modo per incontrarlo, un numero di telefono, un qualsiasi, esile, filo di speranza che alimenti queste serate di noia e attesa insensata e che comunque sono meglio della televisione, da sola, mentre il padre respira affannato nell’altra stanza e l’enfisema si dilata e riempie le stanze).
Poi si alza e attorciglia la coscia alla caviglia dell’uomo che la guarda con insistenza da mesi, appoggiato al pilastro. Uno sguardo intenso, e vanno via insieme in questa notte che odora di lussuria (in realtà l’uomo appoggiato al pilastro le fa segno con la mano che il Milongòn sta per chiudere, devono fare pulizie e se si fa troppo tardi l’odore della creolina resterà fino al mattino dopo. Mirella si offre di dargli una mano, a patto che lui non si offra di accompagnarla a casa, che in questo paese di merda lei ci ha una reputazione.)
*il titolo è preso da qui
(http://www.alfaguara.com.mx/catalogo/informacion.asp?Catalogoid=421)