Marrakesh. Siamo seduti al tavolino di un bar occidentale. Loro parlano e io non capisco niente, o quasi niente, e neanche ho voglia di impegnarmi a capirci qualcosa. Le voci funzionano come un tappeto sonoro, come noise off, come il rumore del traffico. Dentro di me, le loro parole si rincorrono ritmicamente, come se si ripetesse incessantemente il medesimo suono. Sarà che io riconosco sempre le stesse sillabe scandite da un tempo in cerca di assonanze. Forse il mio silenzio e la penna che scorre sul foglio sono le uniche note stonate di questo concerto senza strumenti né orchestrali.
Eppure, se da un momento all’altro i caratteri della mia scrittura acquistassero voce, se cominciassero a risuonare magicamente con le loro parole, ne verrebbe fuori una nuova cosa. Ma cosa non so, e neanche voglio saperlo.
 
Leve, leve, muito leve,
Um vento muito leve passa,
E vai-se, sempre muito leve.
E eu não sei o que penso
Nem procuro sabê-lo.
 
Poi Ahmed si gira verso di me, sorride e mette la mia cassetta nell’apparecchio. Ben prepara un kif, Rachid l’accende e me lo passa; e l’atmosfera cambia dimensione.
 
Lieve, lieve molto lieve,
Un vento molto lieve passa,
E se ne va, sempre molto lieve.
E io non so cosa penso
E nemmeno cerco di saperlo.
 
Mischiando francese e inglese mi dico ad alta voce che d’ora in avanti nessuno di noi potrà più restare indifferente se gli riferiranno dalla televisione che c'è stato un terremoto in Lazio o un'invasione del Gharb. Nessuno di noi potrà più sentire estranee le vicende dell'altro, dopo aver condiviso tanti posacenere. “E se qualcuno lo dimenticasse, che si dimentichi anche di far parte della razza umana, e se ne vada a pisciare sui muri e a mangiare con il grugno infilzato nella ciotola”, urlo in italiano. “Se ne vada a leccare prono e affettuoso la catena che lo rende schiavo, se così gli piace. Oppure, preso dalla dimenticanza, si scordi pure di alimentarsi e muoia d'accidia come chi porta a spasso il suo fottuto cadavere.”
 
Moh spegne la cicca e cominciamo tutti a ridere fragorosamente, fino a coprire il suono del mangianastri.
 
E io non so cosa penso
E nemmeno cerco di saperlo.
 
OraSesta * venerdì, 18 gennaio 2008 alle ore 18:34 << questo post >> commenti (9)
Commenti
#1    18 Gennaio 2008 - 20:57
 
nel leggere il tuo brano mi viene da pensare che certi summit intorno ad un tavolo di bar sarebbero più proficui di sbandierati g8 o assemblee dell'ONU...;-)
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#2    19 Gennaio 2008 - 23:35
 
lieve molto lieve passa.
non mi lascia molto (sorry).
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#3    20 Gennaio 2008 - 10:35
 
((don't worry, be happy, parolaia ;o))
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#4    21 Gennaio 2008 - 00:32
 
un piacevole torpore, c'è poco da sapere cosa si pensa.. vien da ridere :-)
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#5    21 Gennaio 2008 - 12:47
 
Già, e poi c'è gente che s'interroga tutta la vita sul senso della vita. Questo Kif me lo sono goduto
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#6    22 Gennaio 2008 - 08:54
 
Esiste, talvolta, una densità nella levità che nessun peso e nessuna profondità potrebbe eguagliare. Leggerezze che sono musiche; ceneri, fumo che sembrano, per un attimo, farsi fondamenta di un mondo, sorreggerlo sulla punta delle dita e farlo volteggiare, vagheggiare come un esistente diverso. Che poi sparisce, svanisce nel dissolversi della scrittura, di una strofa, di una storia, ma lascia un'eco. Come il suono incancellabile di un frastuono da bar.
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#7    24 Gennaio 2008 - 20:30
 
Mischiando francese e italiano...

...puis , quando ho digerito
i miei sogni con cura,
je me tourne (ho già bevuto trenta o quaranta birre)
mi concentro, pour lâcher il mio aspro bisogno :
mite comme le Seigneur del cedro e dell'issopo,
je pisse nel cielo bruno, altissimo e lontano,
riscuotendo l'assenso des grands héliotropes.*


bisousàlapression!



*da "Oraison du soir" Rimbaud



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#8    24 Gennaio 2008 - 22:31
 
I suoni vangono più delle parole, i gesti sono intercambiabili con le atmosfere giuste.
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#9    15 Febbraio 2008 - 15:07
 
E' una cosa delicata, a lieto fine.
danis
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