Marrakesh. Siamo seduti al tavolino di un bar occidentale. Loro parlano e io non capisco niente, o quasi niente, e neanche ho voglia di impegnarmi a capirci qualcosa. Le voci funzionano come un tappeto sonoro, come noise off, come il rumore del traffico. Dentro di me, le loro parole si rincorrono ritmicamente, come se si ripetesse incessantemente il medesimo suono. Sarà che io riconosco sempre le stesse sillabe scandite da un tempo in cerca di assonanze. Forse il mio silenzio e la penna che scorre sul foglio sono le uniche note stonate di questo concerto senza strumenti né orchestrali.
Eppure, se da un momento all’altro i caratteri della mia scrittura acquistassero voce, se cominciassero a risuonare magicamente con le loro parole, ne verrebbe fuori una nuova cosa. Ma cosa non so, e neanche voglio saperlo.
Leve, leve, muito leve,
Um vento muito leve passa,
E vai-se, sempre muito leve.
E eu não sei o que penso
Nem procuro sabê-lo.
Poi Ahmed si gira verso di me, sorride e mette la mia cassetta nell’apparecchio. Ben prepara un kif, Rachid l’accende e me lo passa; e l’atmosfera cambia dimensione.
Lieve, lieve molto lieve,
Un vento molto lieve passa,
E se ne va, sempre molto lieve.
E io non so cosa penso
E nemmeno cerco di saperlo.
Mischiando francese e inglese mi dico ad alta voce che d’ora in avanti nessuno di noi potrà più restare indifferente se gli riferiranno dalla televisione che c'è stato un terremoto in Lazio o un'invasione del Gharb. Nessuno di noi potrà più sentire estranee le vicende dell'altro, dopo aver condiviso tanti posacenere. “E se qualcuno lo dimenticasse, che si dimentichi anche di far parte della razza umana, e se ne vada a pisciare sui muri e a mangiare con il grugno infilzato nella ciotola”, urlo in italiano. “Se ne vada a leccare prono e affettuoso la catena che lo rende schiavo, se così gli piace. Oppure, preso dalla dimenticanza, si scordi pure di alimentarsi e muoia d'accidia come chi porta a spasso il suo fottuto cadavere.”
Moh spegne la cicca e cominciamo tutti a ridere fragorosamente, fino a coprire il suono del mangianastri.
E io non so cosa penso
E nemmeno cerco di saperlo.