Nino abbassa la saracinesca del bar. Il rumore ormai lo conosce a memoria, si abbassa, mette i lucchetti e gira la chiave nella serratura. E’ l’una di notte, come fa da vent’anni Nino u’barrista piglia la strada e se ne va a casa, la sveglia è già messa alle sei.
Ho dovuto assumere Maria come segretaria factotum dello studio per una forma di impegno morale che avevo contratto col marito Giuseppe, detto Pinu u’cantoniere, in quanto era lui che ogni pomeriggio veniva a portarmi il caffè e mi diceva “appena mi metto in pensione ci faccio l’infermiere dottore!”
E arrivò anche il giorno che Pinu u’cantoniere si era messo in pensione, era passato dallo studio col solito cafè nella bottiglietta di crodino col tappo di plastica gialla, e sorridendo mi aveva detto “mi sono comprato il camice, da domani in questa sala d’aspetto comando io!”.
Solo che durante la notte un infarto se lo era rubato; trascorsi i giorni di lutto stretto, cominciò a venire la vedova, Maria, a portarmi il cafè. Mi sentii in obbligo di dirle che volevo che fosse lei a sostituire il marito, e quella non se lo fece dire due volte. Sono passati cinque anni, lei si veste sempre di nero, ed ha una chiacchiera che stona tutti, pazienti, passanti e collaboratori scientifici.
“ce lo pigliamo un cafè, Michele?” mi dice Antonio, e dato che Maria ancora non è tornata, chissà dove è rimasta invischiata con le sue chiacchiere appiccicose, metto il cartello “il dottore è in visita domiciliare” e esco con lui.
Nino si avvicina alla macchina del caffè, cromata e enorme, sembra il radiatore di una automobile americana, saranno vent’anni che è sempre la stessa, funziona a gas e va benissimo.
I movimenti sono i soliti, svuotamento del tufo nel cassettone, riempimento con il caffè macinato, due tazzine sotto agli ugelli, giù la leva che manda l’acqua bollente in pressione, il tempo di contare mentalmente fino a quindici e le tazze con il liquido aromatico e caldissimo vengono messe sotto ai nostri nasi.
Mi accorgo che i suoi sono particolarmente arrossati, sarà che dorme poco, penso , forse ha disturbi alla vista, o l’ipertensione di cui soffriva suo padre, la mia sequela diagnostica viene interrotta da Antonio “che fai sogni? Amunì che ho lasciato la mia borsa da te e ancora devo andare a Serradifalco”.
Da una delle sedie in fondo al bar si sente una voce, è Turiddu u’babbu, il genio scemo del paese.
“dottore” mi dice “la vita è come il cafè”
“che vuoi dire Turiddu?” Rispondo io.
“che se quando nasce ci danno il cucchiaino, può arriminare il cafè e la vita diventa dolce, altrimenti lo zucchero della vita resterà in fondo alla tazza.”
Pronuncia questa frase e si allontana, con suo passo da genio scemo.
Antonio mi guarda in faccia e si mette a ridere.
Mentre usciamo quasi mi scontro con Maria “eeeh lei ccà è dutturi, mi fermò mia cugina Agatina, m’avia a cuntari na cosa…” dice gesticolando e scuotendo il testone pieno di capelli grigi, “lascia perdere Maria, il cafè l’abbiamo già pigliato, tornatene allo studio” rispondo io.
Usciamo, nelle sedie di metallo cromato e plastica colorata non c’è nessuno, è troppo presto per gli schiffarati che si alzano all’una, troppo tardi per i pensionati che a quest’ora sono già a mangiarsi un piatto di pasta squadata .
“che c’è” dico a Nino.
“u ficatu…il fegato, dottore il fegato mi dole, mi mancia, mi punci, un pozzo dormiri, un mi pozzu calari…”
istintivamente porto la mano a palpare sotto le costole, provo a sentire la colecisti, in effetti il fegato sporge parecchio “ahi ahi, minchia dutturi, con rispetto parlando, mi fa male!” grida Nino facendo un passo indietro.
Nino abbassa lo sguardo. Non risponde.
“allora? Me lo devi dire, se vuoi aiuto, non è che ti posso scrivere analisi e medicinali senza sapere la causa…allora?”
“E’ che…è che…nsomma dutturi, i clienti entrano al bar, pure i picciotteddi…”
“e che c’entrano i clienti? Ti fanno fare bile? T’acchiana u’nirbusu?”
Nino mi guarda negli occhi, prende fiato “no dottore, è che prima entravano al bar e dicevano nino due cafè nino tre cafè, ora invece dicono aperitivo, prepara l’aperitivo, facci un cocktail, e io preparo aperitivi, e finisce che resta sempre n’anticchia e me lo bevo io, pare male buttarlo…”
Vittima della globalizzazione, di stò aperitivo…
“per un mese non bere alcolici, poi ti faccio fare gli esami del sangue, e se hai ancora dolore, vai all’ospedale a fare una ecografia, poi se vuoi morire di cirrosi epatica sono fatti tuoi…”
nino cala la testa, fa nzù, non vuole morire col fegato squagliato.
“fammi un cafè, che me ne vado a fare le visite domiciliari …”.
I movimenti sono i soliti, svuotamento del tufo nel cassettone, riempimento con il caffè macinato, una tazza sotto all’ugello, giù la leva che manda l’acqua bollente in pressione, il tempo di contare mentalmente fino a quindici e la tazza con il liquido aromatico e caldissimo viene messa sotto al mio naso.
Passo il pomeriggio a fare visite, e rifiutare rosolii, caffè, marsala, passito, zibibbo, buccellati, fascelle di ricotta, agnellini vivi, poi torno a casa.
E’quasi l’una, spengo la televisione davanti alla quale mi sono piacevolmente rincoglionito, Miro, il setter gordon che mi fa da scaldapiedi mi guarda, scodinzola in quel modo che significa una cosa sola nel suo linguaggio canino, “devo pisciare, Michele”.
Mi alzo a fatica dal divano, Miro ha capito e va a prendere il suo guinzaglio, me lo porta tra i denti, scendiamo in strada, la notte è umida e una nebbiolina leggera si insinua tra le strade e le vanedde del paese.
Finalmente il cane trova l’albero adatto alle sue esigenze di marcamento del territorio; mentre la fa, fissa una luce nella piazza, che si spegne.
Nino abbassa la saracinesca del bar. Il rumore ormai lo conosce a memoria, si abbassa, mette i lucchetti e gira la chiave nella serratura. E’ l’una di notte, come fa da vent’anni Nino u’barrista piglia la strada e se ne va a casa, la sveglia è già messa alle sei.
dal libro: "Chimiche Interiori" di Antonio Musotto, edito da Navarra Editore.















