Entro di corsa richiudendo velocemente la porta alle mie spalle.
Uno spiffero gelato s’insinua all’interno del bar, allontanando nel raggio di un metro l’odore di caffè che impregna l’aria.
Mi avvicino così al bancone e appoggio un gomito sul marmo freddo. Giorgio mi ha vista entrare, lo saluto facendogli un cenno con la testa.
Lui già sa: caffè ristretto.
Lo osservo mentre si muove veloce distribuendo sorrisi garbati ai miei vicini di sventura mattutina, e mi chiedo come faccia ad avere così tanta energia.
Mi piace la sua leggerezza di movimenti, di spirito, mi piace che mi prepari il caffè senza bisogno che glielo chieda.
Allunga il braccio e la tazzina scivola un po’ sul ripiano di marmo tintinnando verso me.
Ne osservo il contenuto, il contrasto tra quel liquido scuro e il bianco della ceramica. Mi affascina.
Guardo il vortice formato dalla rotazione del cucchiaino pieno di zucchero e subito dopo avvicino la tazzina alla bocca, la appoggio alle labbra e sento il caffè bollente scorrere sulla lingua
È l’assaggio, la prima sensazione forte in questa giornata ... poi un altro sorso, e un altro ancora...
Poso la tazzina vuota sul bancone e mi accorgo che una traccia del mio rossetto è rimasta sul bordo: mi imbarazza guardarla, e non capisco il perché.
Istintivamente vorrei toglierla con il dito, ma poi desisto. Devo andare.
Saluto e prima di uscire mi volto di nuovo verso il bancone.
Vedo Giorgio che fissa l’unica tazzina sporca rimasta ancora sul ripiano, la mia.
Mentre si asciuga le mani con un panno liso, i suoi occhi guardano rapiti quella stampa di labbra su ceramica bianca.















