
Franco frequenta molti bar.
Prima dell’alba, fa tappa al bar Bagianni, all’angolo di quella strada che d’istinto viene di qua, ma poi svolta recisa di là.
Il gestore è un uomo sui sessanta, assai pedante: dietro al bancone scruta la realtà con occhi strigiformi, arricciandosi i peli fulvo-chiari della barba, screziati di grigio.
Franco ordina i pensieri.
- Mphff.
Non appena il ragazzo lascia il dovuto sul bancone, la mano del gestore s’avvita in picchiata verso l’euro, artigliandolo.
- Rapace e bene, Gianni. A domani.
Poi esce nuovamente in cerca d’una sacrosanta scopata: prova a rimorchiare una biondina al bar Trom, ma gli va buca. Così s’aggira ramingo per la strada: forse… quasi quasi… un salto al bar Mastùr lo si potrebbe fare, anche se il proprietario segaligno gli sta un poco sulle balle.
Esita indeciso, per cui alla fine si concede un gin al Titu bar.
Qualche risata, un Newton cabalista che prevede apocalissi e invece le tragedie in bilico, negli occhi di ogni giorno: Tivì cassintegrato da sei mesi e Giulio senza il figlio, morto l’anno scorso. Ai tavolini più oltre due donne: una ossigenata, magrissima, col naso a definirle l’espressione propria d’uno spartitraffico in cemento, l’altra con gli occhi ad etichetta storta e il volto sprangato, appesa a stagionare giù in cantina.
E’ quasi notte.
Franco s’accinge a crepuscolare l’ultimo goccetto di long-drink, quando il gestore rumeno lo arringa con fare complice.
- Lo lascio in azienda, bello.
- Ce l’hai con me?
- No. Solo che quando ti dicono “silenzio assenso”…quando ti dicono: se tu non fai niente lo giriamo alla previdenza integrativa eh, eh…
- Eh-eh cosa?
- Sveglia bello, se cercano di mettermelo là, sto mica fermo, io ahr...
- Quindi tu lasci in azienda, con spalle ben strusciate a muru.
- Bravo.
Pausa. Il bancone puzza di candeggina virata al fraschino.
Una lama di giornale s’insinua tra i due, mozzando la conversazione. Dietro c’è Carlo: dà le spalle a Titu, annichilendone l’esistenza oltre la pagina inchiostrata, in un perfetto mimetismo d’antracite su buio.
- Hai visto che hanno cancellato la mostra degli artisti alternativi a Malogna?
- Alternativi?
- Giovani artisti, era una mostra contro il degrado, avevo cercato di iscrivermi anch’io.
- Hanno cancellato il degrado o la mostra?
- E’ successo un gran casino per il titolo.
- Cioè?
- “
- Lo sperma,
- L’insieme, credo.
- In tivvù, Beltroni ha detto che è bello stare insieme.
- Cazzo se sei zen, di prima serata!
- A volte mi capita, dopo il gin tonic.
La depressione gli morde la gola azzannando un bicchiere dopo l’altro: in rapida sequenza il ragazzo si paga da bere facendo tappa al bar Bera, al bar Dolino, al bar Olo, e infine al bar Baresco, dove si ferma a conversare con Giovanni, un vecchio amico.

- Hai mai pensato che qui… al bar Baresco… entro due volte al bar ed esco una volta sola?
- Ih, ih… sei già sbronzo, Franco. E sono appena le undici.
- Sento che… sento che anch’io vado a finire come il Giupi.
- Ohi, t’ha colto il pessimismo cosmico al quadrato? In senso lato, per lato, intendo.
- Non so. Il senso nasce soltanto dalla fecondazione di testo e contesto.
- Eh?
- Però sono due maschili. Testo e contesto, intendo.
- Ossignùr sei proprio andato. Mmm, vorrà dire che il senso non è concepibile.
- Vedi che non c’è scampo, allora?
Sottotitolo esplicativo: discorse inutili (nella distanza)
Stava Teseo smarrito apotropaico
pensiero stagno senza evento
e non tirava un filo
campava i suoi discorsi sul traguardo
Poi, con voce dottorale e monocorde, reclina il capo e chiosa.
Dall’alto, su un piano più oggettivo,
lesto svanisce il refe
labirinto dei tuoi passi
- E… e perché no? Hey, oh let’s go!

Giovanni è più lucido.
- Ok… ché il rosso a me fa aria.
Ai margini del campo visivo, la notte è un sussulto di pantegana da cogliere nell’attimo.
Franco sentenzia.
- Eh, eh… senti, raccontami qualcosa di diverso. Qualche notizia buffa, anche recente.
- Mmmm… tempo fa leggevo il televideo e c’era questa notizia, su Uotson, il genetista americano dell’elica del dienneà, c'ha presente? Quello di Uotson e cric.
- Elementare, Uotson, dica pure.
- Ecco, aveva rilasciato una dichiarazione idiota, del tipo “i neri sono geneticamente meno intelligenti”, teoria supportata da sue fondate convinzioni.
- Oh...
- Sì, una cosa che ho pensato: con tanto che è un *nobel*, parimenti questo è proprio *scemo*.
- Vabbè... e poi?
- Poi ieri sera scorrevo il Corriere…
- Ok, la suspàns l’hai creata. Vuoi venire al dunque?
- Dunque… aaahhh godo! Ehm, dunque, dicevo, si dà il caso che il buon Uotson, mosso da “bonariana” generosità, abbia *donato* il suo genoma da sequenziare a qualche Biogenomic Society americana. E sai qual è stato il risultato?
- No, dimmelo tu.
- Uotson ha un 17% di geni di derivazione “africana” contro una media dell'1% nella popolazione americanaa aha ha ah ah!!
- Maccheccazzo ridi, Franco! Non capisci?? E’ terribile! E’ assolutamente terribile: la sua teoria era esatta!
- ?
- Ecco, adesso, se vuoi, puoi ridere.
Scrivono tutti.
Scrivono col taglierino a sbalzo sui tavolacci in legno, col dito sui vetri appannati, col checiàp sui tovagliolini in carta acrilica, nonché con ombre cinesi sui muri, l’ambendosi pietre angolari della letteratura.
Tutti scrivono.
Eppure, quasi nessuno legge.
Metastasi virtuali di silenzi reali, astrattamente solipsistici.
Franco strabuzza le orecchie, fruendo come spazio di scrittura delle “cartelagini” erose nella sua caviglia slogata. Ecco cosa:
Spaurita
Sottotitolo esplicativo: oggi mi duole un garetti
Sparuta
un’altra solitudine s’aggira
a rugiadare
avere
Aviaria fritta
Sottotitolo esplicativo: etciù!
Mi cola il naso e ho gli occhi molto rossi
probabile che sia l’ininfluenza
mi guardo intorno e mio malgrado vedo
Che già mi piego a fazzoletto sfatto
starnuto o meno in fondo poco cambia
che io ci sia, sia stato, o che non sia
Franco stizza.
- Peculiare doppiezza: essa è combustibile *fossile*, ma anche *vivo* motore del mondo.
- Con-fesso che spesso mi domando: siamo evolutivamente adeguati? Io non so lo… Se altri hanno una risposta credibile me la cefalorachi-diano.
- Io ho mal di testa.
- Gestoreee! I salatini sanno di gomma pane!
- Vabbè, tiriamo a campare: potremmo farci financo un giro al bar Camenarsi, magari c’è una rissa.
- Questa malattia cronica è cranica: più che una “cefalea a grappolo”, m’appare a ragione *il pensiero* stesso, mentre l’opercolo della fontanella lambdoidea si fa cruna d’ago, attraverso cui fatica assai a passare il cammello della comprensione di ciò che è altro da noi.
- Trallallero trallallà.
- Qualcuno sa se i raggi u.v.a. c’hanno i chicchi?
- Ehi guardate tutti! Sto scrivendo su Dario!
- Specie il mio: è un inquinante a-mare, torbido pericolo per l’ecosistema della purezza del verso, da segnalare con ululante allarme di sirene della guardia costiera…
- Gestoreee! E’ contro la legge se qualcuno legge?
- Ma anche sirena incendiaria, capace col suo canto di ammaliare ed infuocare gli animi.
- Mmm… è la tua risposta definitiva? La accendiamo?
Odore di carne bruciata.
Pian piano è l’ora in punto di tornare a casa.
Franco si congeda da Giovanni e sulla porta del locale s’innamora del riflesso d’una ragazza gobba. Come in un “dire fare baciare lettera testamento”, laddove sia uscita l’ultima eventualità, il ragazzo scrive col dito nudo sul dorso della condensa.
Sottotitolo esplicativo: vita oleopardiana in insalata
non temere
anche quest’ultima parola
passerà















